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...con Ballardini (da: tuttomercatoweb.com) "Genoa, con me una salvezza miracolosa. Non posso giudicare Liverani, ritorno in rossoblù? Legato alla piazza e alla società. Palermo, Hernandez dimostri di essere capace" In attesa di tornare in pista Davide Ballardini fa le carte al campionato. L'ex allenatore del Genoa attende una chiamata. E se gli ricordi i trascorsi rossoblù ti risponde che la salvezza del Grifone "è stata quasi miracolosa, con i ragazzi c'è grande sintonia". Ma non è bastato per proseguire il rapporto con Preziosi. Sulla panchina del Genoa ora c'è un suo ex giocatore, Liverani. "L'anno scorso il Genoa ha ottenuto una salvezza quasi miracolosa. Voglio parlare del legame che c'è tra noi - me e il mio statf - e i giocatori dell'anno scorso, verso i quali nutro grande stima. La squadra era in difficoltà, ma ci siamo salvati. Preferisco ricordare l'affetto verso i ragazzi del Genoa. Quando siamo arrivati io e il mio staff, il Genoa come punteggio fatto sul campo era ultimo. Alla fine ci siamo salvati, facendo una grande impresa. Sono legato ai giocatori con cui abbiamo ottenuto la salvezza, alla società, ai tifosi e all'ex direttore sportivo Rino Foschi". Non ha risposto su Liverani... "Non ho strumenti per poterlo giudicare come persona e come tecnico. Non è possibile commentare il suo lavoro perché siamo solo all'inizio. E come persona lo conosco poco". Legato alla piazza e alla società: e se Preziosi la richiamasse? "Penso che al momento l'argomento non sia stato neppure affrontato. Agli allenatori che hanno cominciato con le rispettive squadre sono stati concessi dei mesi per preparare bene le squadre, fare tante sedute di allenamento e magari messo voce sugli acquisti e le cessioni. È giusto dargli tempo. Per quanto riguarda me, sono in attesa di una chiamata. Non credo di essere più bravo o meno bravo degli altri, semplicemente mi piacerebbe ritornare a lavorare" Il Genoa e gli obiettivi mancati: Abel Hernandez. "Abel è un giocatore con grandi qualità. Ma è ora che dimostri di essere così bravo come si dice. Gli auguro di stare bene, deve dimostrare che è capace. Ma il Genoa ha già una rosa competitiva, anche senza Hernandez. Hai Gilardino, avevi Floro Flores e ora hai preso Calaiò che è un buon giocatore. Nessun problema in avanti". Riflessione di fine mercato: a chi l'oscar? "Direi che Inter, Milan, Juventus, Napoli, Roma e Fiorentina si sono mosse ognuno a modo suo in maniera positiva. Oggi si opera con parsimonia, sensibilità e competenza. Giusto dare un occhio ai bilanci".
La TIFOSERIA ORGANIZZATA del Genoa 1893 in questi anni ha sempre dimostrato con parole ed azioni che il suo unico pensiero fosse il bene del Genoa, contro tutto e tutti. Ora, a qualche giorno dal nostro 120° compleanno, pensiamo che questa sia cosa giusta da festeggiare; al di là del momento e dei risultati siamo sempre il primo Club d'Italia, i pionieri del calcio, quelli che non hanno seguito strade, ma tracciato sentieri nuovi, il Club con più record o con record irraggiungibili (come essere la prima squadra a giocare in Sudamerica arrivandoci con il piroscafo) e questo Antico Club è stato tenuto i piedi dalla fede di centinaia di migliaia di tifosi che dal 1893 si sono dati il cambio sugli spalti del "Luigi Ferraris", di generazione in generazione, padri e madri che tramandano ai loro figli la fede nel Grifone, che a loro volta lo faranno con i loro figli, perché Genoani si nasce! Ed essere Genoani è un po' come tornare bambini nella casa dei nonni; si può salire in soffitta e scoprire il pallone di cuoio con i lacci, si possono aprire vecchi bauli dove spuntano le gloriose maglie di Spensley di De Prà di Catto e Santamaria, di Verdeal, o di Abbadie. Guardando bene negli antichi scaffali, si trovano i resoconti di partite storiche, di vittorie e di sconfitte, i racconti di quelle persone che hanno fatto la Storia di questo Club; ognuno di loro è lì nella vecchia immensa soffitta piena di polvere che possiede solo chi ha una lunga storia e a noi, come bambini, fa sognare il pensiero di appartenere a questa leggenda, di chiudere gli occhi e vedere, mister Garbutt che discute di calcio con il Prof. Scoglio, di vederli circondati dai loro ragazzi che li hanno raggiunti qui nell'immensa soffitta che è la nostra storia. E lì ad uno ad uno rivediamo i nostri fratelli che ora animano la grande Nord del Cielo, un'immensa gradinata con migliaia e migliaia di teste vocianti che scuotono il cielo e ci fanno venire i brividi, e noi come bambini rivediamo sventolare le mille bandiere che sono passate in 120 anni, tutte insieme, in un tripudio di cori e colori che solo la Nord può offrire. E pensiamo che per tutto questo sia giusto al di là dei risultati e delle situazioni, fermarsi due giorni a festeggiare il compleanno del nostro amore, una festa che i tifosi del Genoa meritano, perché se la fiammella della speranza è ancora accesa, lo si deve in larga parte a noi; quindi invitiamo tutti a partecipare alla festa sia venerdì che sabato, perché la festa è nostra, perché i tifosi Genoani meritano rispetto. Il nostro desiderio è che siano due giorni di festa, per i bambini, i grandi, le famiglie, per tutti; un modo di prepararsi al Derby e caricare noi e la squadra. Vogliamo che sia una festa e invitiamo tutti a far in modo che lo sia! Rimandiamo a dopo il derby una più attenta disamina sul lavoro svolto dalla società alla luce dei fatti, ma in questi due giorni vogliamo solo festeggiare il nostro Genoa! Vi aspettiamo tutti al Palasport della Fiera, intanto vi invitiamo da qui a domenica ad imbandierare finestre e balconi con i nostri colori, perché anche solo mettendo una bandiera si proclama al mondo la nostra fede... E chi ci vuole male resti pure in attesa, il Popolo Genoano non conosce resa! La TIFOSERIA ORGANIZZATA del C.F.C GENOA 1893
Due ragazzi oggi compiono gli anni: Roby e Dodo!
Quarant'anni fa nasceva la Fossa dei Grifoni e mia nonna Luigina cuciva la mia prima bandiera. Quarant'anni son passati, quante sventolate, quanti chilometri dietro al mio Genoa, quanti giocatori, dirigenti, capi e sottocapi ho visto arrivare e poi sparire... Invece io e la mia bandiera siamo sempre lì, con l'entusiasmo e l'amore per questi colori come se fosse la prima volta... Però che bello era lo stadio di una volta e il calcio di allora, senza soldi, senza televisioni, senza polizia e senza leggi e divieti assurdi. Un pensiero va a quei pochi amici che sono arrivati a questa data e a quei tanti, troppi, che la vedono sventolare in Gradinata Nord dal "terzo anello". Ai prossimi 40 anni. Dario.
La Bandiera di Dario - di Paolo Romanelli. La Bandiera di Dario è religione. Unisce, lega, corrobora, rassicura. La Bandiera di Dario ha un'asta nuda tra i 2 metri e i 2 e mezzo, il che la fa toccare terra con l'apice mentre aspetti di liberarla. Già perchè la Bandiera di Dario non si sventola, si libera. Crea portanza, non attrito. Vive di una meccanica ortodossa che le quattro aste non bastano a spiegare se non fosse per l'ultimo pezzo che definire unico è perfino banale. La Bandiera di Dario assomiglia a certi uomini che per inquadrare devi vederli da dietro, studiarne la postura, la camminata. La Bandiera di Dario non ha retro, non ne ha bisogno. E' Identità. Quella di chi non la sceglie, non la rinnega. La Bandiera di Dario venne scolpita da un blocco di Fede quarant'anni fa. Il Grifone, il pallone da football, l'alternanza dei colori, il prato verde, gli amici e i cori. Seguitela nel volo, è Genoa.
L'evento. E' ovviamente tra le più antiche d'Italia e ha girato tutti gli stadi del nostro paese e di mezza Europa. E' l'orgoglio degli ultrà del Genoa. La scritta per un caro amico: ricorda Maurizio Sivori (da: corrieremercantile.it) La bandiera di Dario Bianchi compie i suoi primi 40 anni. Quarant'anni controvento, senza mai sfilacciarsi: questa la storia del bandierone rossoblù di Dario Bianchi, cofondatore della Fossa dei Grifoni insieme con un gruppo di amici tra cui Gianni Bardi e Stefano Aloigi, realizzato al ritorno del Genoa in serie A dopo un decennio e "inaugurato" nella trasferta al Menti di Vicenza (28.11.1973 vedi foto, ndr), un pari per 1-1 con reti di Macchi e Sidio Corradi. Gli storici specializzati sostengono trattarsi del vessillo più antico tuttora presente negli stadi italiani, al pari di un drappo nella disponibilità di un sostenitore dell'Udinese. Ovviamente Bianchi è più che orgoglioso, oltre che geloso, del suo cimelio, che in vista del 120° compleanno del Genoa riceverà un tributo adeguato da tutta la Gradinata Nord a partire da domenica sera. Lungo 5 metri e largo 3,5, nel corso di quattro decenni il bandierone si è visto sventolare in tutti gli stadi d'Italia e quelli europei toccati dalla campagna nella Coppa U.E.F.A. 1991/92, da Oviedo a Bucarest, dal "sacrario" di Anfield Road a Liverpool fino a Amsterdam, per non parlare del trionfo all'Empire Stadium di Wembley nella finale di Coppa Anglo-italiana del 1996. Bianchi lo ha portato dappertutto come un segno storico di fede, nelle sue scorribande negli stadi che spesso lo vedevano al fianco dell'inseparabile Sergio Ferreggiaro, che tutti conoscevano come "Callaghan", nome di battaglia non dovuto al rude poliziotto interpretato da Clint Eastwood, ma a un ancor più rude giocatore del Liverpool anni '60. Vento e pioggia hanno imposto, anno dopo anno, sistematici interventi di restauro per prevenire l'inclemenza del tempo che passa e degli agenti atmosferici. Ma il bandierone di Dario è rimasto sempre lo stesso, eccettuata una scritta testimoniale nel ricordo di un caro amico. Il "CIAO MAURI" che Bianchi ha voluto aggiungere, infatti, è il commosso omaggio a Maurizio Sivori, un grande tifoso genoano di Casarza Ligure (a cui è intitolato il Genoa Club locale, ndr) scomparso troppo presto, ma che continua a girare di stadio in stadio, come nome sventolato dall'amico Dario. Sotto, Dario Bianchi con la sua bandiera in quel di Vicenza nell'ottobre 1973 >
Riggs perse dalla King per ordine della mafia. La 'battaglia dei sessi' fu tutto un trucco? (da: repubblica.it). La più famosa partita di tennis della storia, vinta dalla paladina del movimento di liberazione delle donne contro l'ex professionista, in realtà sarebbe frutto di un debito che quest'ultimo aveva con la malavita. La tennista contesta: "L' ego subì un contraccolpo e cominciarono a inventare delle storie". "6-4, 6-3, 6-3". E' stato uno dei tanti slogan urlati dalla donne negli anni settanta per la parità dei diritti, è il risultato di uno dei più famosi incontri di tennis di tutti i tempi, quello che il 20 settembre 1973 a Houston vide Billie Jean King battere Bobby Riggs, davanti a oltre 30.000 spettatori. Ora però si affaccia un dubbio, e cioè che quell'incontro fu una truffa. Ma riavvolgiamo il nastro. Nel 1973 Riggs a 55 anni ritornò in campo per sfidare due tra le migliori tenniste dell'epoca sostenendo che il livello del tennis femminile era troppo basso per batterlo anche a quell'età. La prima sfida fu contro Margaret Court il 13 maggio 1973 e si concluse con una comoda vittoria di Riggs per 6-2, 6-. Un evento tale da ottenne la copertina di Sports Illustrated e del Time magazine. Originariamente Riggs aveva sfidato Billie Jean King che aveva rifiutato, ma dopo la netta sconfitta della Court, la tennista, paladina del movimento di liberazione delle donne, accettò la sfida ricordata come 'La battaglia dei sessi'. Emerge solo oggi che quella partita Riggs, travolto dai debiti di gioco, l'avrebbe persa apposta con la regia della mafia a cui doveva 100mila dollari. Lo ha rivelato, alla trasmissione 'Outside the Lines' della Espn, Hal Shaw, ora 79enne, all'epoca assistente istruttore di golf al Palma Ceia Golf and Country Club di Tampa, in Florida. Shaw ha affermato di aver assistito, proprio nel golf club di Tampa, alla pianificazione della truffa, messa a punto da Frank Ragano, avvocato della mafia, dal boss della Florida, Santo Trafficante Jr. e da quello del crimine organizzato di New Orleans, Carlos Marcello. "Ragano spiegò che Riggs avrebbe prima battuto Margaret Court in modo da far pendere i favori del pronostico tutti dalla sua parte e aumentare la quota per il successo della King", ha affermato Shaw aggiungendo di aver taciuto per 40 anni, per paura. Nel corso di questi 40 anni c'erano stati diversi sospetti su quella storica partita, soprattutto alla luce della facile vittoria di Riggs contro la Court, sospetti sempre negati dal giocatore statunitense che fino alla sua morte avvenuta nel 1995, ha sempre spiegato così la sconfitta: "Come succede spesso, io ho sopravvalutato me stesso e sottovalutato chi mi stava davanti. E ho perso". La ricostruzione di Shaw è stata contestata anche da Billie Jean King: "Per molti uomini fu uno smacco, il loro ego subì un contraccolpo e cominciarono a inventare delle storie".
Kyenge, quattro mesi di insulti e razzismo: la vita agra del primo ministro afro-italiano (da: repubblica.it). Da "scimmia" a "prostituta", l'ininterrotta sequela di offese rivolte contro l'esponente del governo di origini congolesi da parte di parlamentari, dirigenti, amministratori, consiglieri comunali di Lega e Pdl. Con le relative "scuse" e spiegazioni "politiche". ROMA - 'Noi non siamo razzisti, è lei che è negra'. Politicamente scorretta, la famosa battuta riassume purtroppo un atteggiamento diffuso nella politica di destra e centrodestra rispetto a Cécile Kyenge, cittadina italiana di origine congolese, primo ministro di colore nella storia della Repubblica. Sin dai primi giorni dopo la sua nomina al ministero dell'Integrazione, in dichiarazioni pubbliche con l'ammicco, in post su blog e frasi su Facebook e Twitter, lo stato d'animo di moltissimi esponenti della destra parlamentare rispetto a Kyenge - la Lega è la prima, ma la 'pancia istituzionale' del Pdl non è stata da meno - ha trasudato una non contenibile insofferenza spesso precipitata nell'insulto razzista. Il metodo è sempre uguale: prima si lancia l'insulto, poi si chiede scusa, si annunciano espiazioni, si assicura che il razzismo non c'entra nulla e che si tratta di ragioni politiche. In realtà, come conferma anche l'ultimo caso dell'assessore di Diano Marina (Imperia), che ha assimilato il ministro a una prostituta (salvo poi pentirsi e scusarsi), le improbabili spiegazioni successive, con la particolarità di epiteti e insulti scelti, rivelano un sostrato culturale colonial-fascista che l'avvento della società multiculturale e multirazziale ha riportato a galla in una parte del paese. Non si può spiegare altrimenti il martellamento a cui Cécile Kyenge è stata sottoposta nei suoi quattro mesi da ministro. Eccone un parziale, ma impressionante, riassunto. Le prime offese contro Kyenge arrivano ad appena due giorni dalla sua nomina. Pesanti insulti fanno la loro comparsa sui siti della galassia nazi. "Scimmia congolese", "Governante puzzolente", "Negra anti-italiana", sono le offese che si leggono su Stormfront, Duce.net e le pagine dei gruppi attivi su Facebook. In concomitanza, l'europarlamentare leghista Mario Borghezio, conia lo slogan "ministro bonga bonga". Per il quale sarà anche espulso dal suo gruppo a Strasburgo (l'EDF). Il 2 maggio sul muro esterno del liceo scientifico Cornar, a Padova, compaiono frasi ingiuriose contro il ministro e quattro giorni dopo è la volta di un consigliere leghista di Prato, che ancora su Facebook dedica alla Kyenge l'epiteto 'nero di seppia'. Prima dell'improbabile autodifesa: soltanto una zingarata. Meno di una settimana dopo l'attacco viene ancora dal Carroccio. L'autore è il segretario lombardo Matteo Salvini. Il triste pretesto è la follia di Mada Kabobo, che uccide tre persone a picconate a Milano. "I clandestini che il ministro di colore vuole regolarizzare ammazzano a picconate: Cecile Kyenge rischia di istigare alla violenza nel momento in cui dice che la clandestinità non è reato, istiga a delinquere". Si scaglia contro il ministro dell'Integrazione, qualche settimana dopo, anche un consigliere Pdl del quartiere San Vitale a Bologna: "Meticcia sarà lei" - scrive Alessandro Dalrio su Facebook - commentando una visita in città della Kyenge. Ma, tra gli episodi più gravi, va senz'altro registrato il post di Dolores Valandro, consigliera leghista padovana che sempre su Facebook, il 13 giugno, riserva parole shock al ministro: "Ma mai nessuno che la stupri, così tanto per capire cosa può provare la vittima di questo efferato reato?". L'autrice sarà poi espulsa dal partito e condannata a 13 mesi per direttissima. Ancora più disarmante la sua giustificazione: "Non sono cattiva, era solo una battuta". Neanche le polemiche che si scatenano frenano però gli esponenti del Carroccio. Sette giorni dopo dalla pagina ufficiale Facebook della sezione della Lega di Legnano (Verona) parte un nuovo attacco alla Kyenge. Colpevole di aver definito gli immigrati una risorsa. "Se sono una risorsa... va a fare il ministro in Congo! Ebete". A metà luglio il caso più grave dal punto di vista istituzionale. E' il vicepresidente del Senato, Roberto Calderoli, a provocare un'indignazione politica bipartisan. "La Kyenge? Sembra un orango", dice alla festa leghista di Treviglio. Scosso il Quirinale, furioso il premier Letta, il Pd che chiede le dimissioni dell'ideatore del Porcellum. Inutile: Maroni condanna l'episodio, ma il partito non forza la mano e Calderoli resta al suo posto." Solo una battuta simpatica, ho telefonato per scusarmi" dirà l'interessato, prima di consegnare un mazzo di fiori in Aula al ministro. La retromarcia non gli evita di essere indagato per diffamazione e discriminazione razziale. Il caso arriva fino all'Onu che definisce scioccante l'affermazione del leghista. Reagisce la società civile e il fondatore di Eataly, Oscar Farinetti, dichiara: "Calderoli a Eataly non può entrare, per motivi di igiene". Sembrerebbe abbastanza per consigliare anche ai più esagitati una pausa di riflessione. Ma quella leghista per la Kyenge è una vera ossessione. Due giorni dopo le offese del vicepresidente del Senato, è il segretario della Lega Emilia, Fabio Rainieri, ad attaccare: "Il ministro Kyenge è entrata in Italia da clandestina". Il 18 luglio è invece la volta di Agostino Pedrali, assessore al comune di Coccaglio (Brescia): "Sembra una scimmia", scrive su Facebook. "Parassita" è invece l'insulto che le riserva Luciano D'Arco, consigliere indipendente (ma ex leghista) di Casalgrande, nel Reggiano. Un climax che porta a un altro episodio inquietante: il lancio di banane contro il ministro intervenuto alla festa Pd di Cervia. "Uno schiaffo alla povertà" e "uno spreco di cibo" è la replica ironica della Kyenge, che riceve solidarietà bipartisan da tutto il mondo politico. Gianluca Pini, segretario della Lega in Romagna invita il ministro alla festa della Lega per provare a riportare il confronto su un piano civile, Terreno non congeniale a tutti. Se è vero che lo stesso giorno è un consigliere ex An di Prato, Giancarlo Auzzi, a scrivere su Facebook: "Banane? E' quello che si merita, un rappresentante di questo governo". Negli stessi giorni, un nuovo affronto leghista si registra a Cantù, quando due consiglieri (e un terzo ex del Carroccio) lasciano l'aula del consiglio comunale all'arrivo del ministro. "Maroni fermi gli attacchi contro di me", replica lei all'indomani, o non vado alla festa della Lega. Appello che resta inascoltato. Anzi un altro esponente leghista di prima linea, l'ex ministro Roberto Castelli, rincara la dose: "E' una totale nullità". Salta così l'incontro, ma non si fermano gli insulti. L'ennesima offesa da un componente della giunta di Lograto, centro del Bresciano: "Vaff... musulmana di m..", scrive su Facebook Giuseppe Fornoni. Ad agosto, infine, Matteo Salvini annuncia un referendum contro il ministero dell'Integrazione: "Inutile e da abolire".
Tifosi geneticamente modificati. Così Internet e i voli low cost hanno cambiato le tribù del calcio (da: corriere.it). Dicono che nella vita si può tifare per una squadra sola? Non è vero. Dicono che cambiare squadra è un tradimento? È ancora meno vero. Tre anni fa Paolo Sacco era in cima alla coda dei tifosi interisti fuori da una banca per acquistare un biglietto per la finale di Champions contro il Bayern. Viste le dimensioni della fila, José Mourinho fece sapere che il primo biglietto l'avrebbe pagato lui. Così fu e Paolo Sacco salì ad Appiano per ringraziare l'allenatore. Lo ha fatto per altri tre anni, tutte le volte che andava a Madrid per tifare Real e aspettare lo Special fuori dal centro di allenamento di Valdebebas. A 26 anni, Paolo è un cameriere precario, quindi deve scegliere attentamente su quali partite puntare: la scorsa stagione, ad esempio, aveva deciso di saltare la semifinale di Champions puntando tutto sulla finale, solo che poi ci andò il Borussia Dortmund. E Mou è tornato all'amato Chelsea, quindi ora Paolo punterà verso Londra. Ma a precisa domanda (se ci fosse l'Inter a giocarsi la Coppa dei Campioni contro i Blues, chi tiferesti?) risponde senza esitazione Inter. Segno che un minimo di lucidità gli è rimasta. Un po' meno ne conserva il gemello opposto di Paolo Sacco. Gemello anonimo, perché di professione fa il ghost writer e soprattutto perché teme che i familiari lo sottopongano a trattamento sanitario obbligatorio. Lo Scrittore Fantasma è anch'egli interista, ma non ha mai amato Mourinho (prima ragione per candidarlo a un Tso). Oltretutto, da tempo nutre una feroce - ma comprensibile - passione per il Barcellona. E così, ogni anno investe 130 euro in qualità di socio del club blaugrana, per avere la prelazione nell'acquisto dei biglietti. Quando può, va: e più di una volta ha tifato smodatamente contro il Real di Mou, nei numerosi «clasicos» visti al Camp Nou. Insomma, parte il campionato italiano e ripartono anche i tifosi. Ma le destinazioni non sono quelle che ci si aspetterebbe, tipo una banale trasferta in Italia. Grazie anche a Internet e ai voli low cost, la vasta tribù del calcio sta andando incontro a una modificazione genetica, di cui i due casi appena raccontati sono i fenomeni più semplici da capire. Come la passione sfrenata che Simone Bertelegni, redattore editoriale, prova per l'Athletic Bilbao, squadra di fascino e tradizione non comuni. Pure lui interista, nel 2000 ha però fondato un fan club della squadra basca (i Peña Leones Italianos, www.leonesitalianos.net). Mentre i soci salivano fino a 150, Bertelegni scriveva un libro («L'utopia calcistica dell'Athletic Bilbao», Bradipolibri) e organizzava trasferte in aereo, macchina o pullmino. Quando, invece, smette di guidare l'autobus a Genova, Davide Provvidoni, 40 anni, parte per il Nord Inghilterra. Che è la patria del Tow Law Town. Provvidoni sarebbe genoano, abbonato da 22 anni e fidanzato con Barbara, abbonata da prima di lui. Ma da cinque anni a questa parte compare sempre più spesso in un piccolo stadio da 3.000 posti, vicino a Newcastle, «un po' per l'antica passione per il calcio inglese, un po' perché la tessera del tifoso ha reso difficili le trasferte, che mi piacciono molto di più delle partite in casa». Come ha raccontato Il Secolo XIX , Provvidoni ha scoperto su Internet questa squadra di dilettanti del Nord Inghilterra. Da allora va appena può, vede anche quattro partite di categorie simili nello stesso weekend («ma se c'è Barbara una sola...») e torna a casa carico di felpe del club, che rivende agli amici per finanziare la sua nuova squadra: «Ormai, l'unica partita italiana di cui tengo conto per i miei viaggi è il derby». Magari, in qualche aeroporto ha incontrato Giorgio Zunino, 23 anni, fotografato dal mensile britannico Four Four Two come volto degli Italian Magpies, i fan del Notts County, i bianconeri d'Inghilterra, squadra di terza serie inglese, una delle più antiche del Paese e ispiratrice della maglia della Juventus. In questo caso, quindi, i viaggi sono bidirezionali: tifosi juventini vanno al Madow Lane di Nottingham e gli inglesi si presentano allo Juventus stadium di Torino. Tra un viaggio e l'altro, la pagina Facebook degli Italian Magpies viene continuamente aggiornata con foto delle partite, cronache in diretta e notizie di ogni genere sulle due squadre. Una reciprocità sconosciuta a due ignoti norvegesi che, nei 13 anni tra il 1991 e il 2004, in cui il Rosenborg vinceva ininterrottamente il campionato nazionale, seguirono la squadra di Trondheim in tutte le trasferte: per tifare sistematicamente contro. Sotto, Bruce David Grobbelaar, che matto!
Vai allo stadio? Troppa burocrazia. Comprare biglietti è quasi impossibile. (da: gazzetta.it) Tessera del tifoso, divieti, documenti: quanti disagi. Iter da snellire e nuove tecnologie da sfruttare. 18 agosto 2013, un’ordinaria domenica di mezza estate. Fuori dal Meazza, prima di Inter-Cittadella, centinaia di tifosi tentano invano di acquistare un biglietto: famiglie in coda lottano contro quel mostro che è la burocrazia e, dopo un po’, tornano a casa delusi. Qualche ora più tardi, dentro l’Olimpico, centinaia di pseudo-tifosi della Lazio non la smettono di fare buu ai giocatori neri della Juventus, protetti da uno stato di impunità. Ripensando a quei due fotogrammi si rafforza il sospetto: c’è qualcosa che non va nella gestione del pubblico da stadi se, in nome del sacrosanto principio della sicurezza, si finiscono per punire le persone perbene più di quanto non si riesca ad allontanare dai nostri campi quella sparuta minoranza che, ormai impossibilitata ad esercitare la violenza fisica, ripiega su quella verbale. Sicurezza e servizi — Le statistiche del Viminale testimoniano in modo inconfutabile che gli incidenti, i feriti e l’impiego di polizia all’interno degli stadi sono sensibilmente calati negli ultimi anni. Ma, a questo punto, con una Serie A che cattura solamente 23.000 spettatori medi a partita, lontanissima da Bundesliga (44.000) e Premier (36.000), con un calcio italiano che lotta per recuperare l’interesse perduto, è quanto mai necessario semplificare quel percorso, simile il più delle volte a una via crucis, che il tifoso medio deve seguire per arrivare a sedersi sugli spalti. Basta sentire la gente - e lo stesso Osservatorio l’ha fatto nella ricerca 'C’era una volta l’ultras' - per scoprire quanto sia forte l’insofferenza non solo verso la tessera del tifoso ma più in generale per quel complesso di procedure e limitazioni che, spesso, finiscono per scoraggiare chi voglia gustarsi una partita dal vivo. Tanto, c’è sempre la tv... Inutile girarci attorno: recarsi allo stadio è diventata un’impresa, di sicuro più complicata che prendere un treno o andare a teatro. Difficoltà — L’origine di tutto sta nel biglietto nominativo, introdotto nel 2005: per acquistarlo serve la carta d’identità. Poi, nel 2010, è arrivata la tessera del tifoso, con un costo supplementare e tutti quei moduli da compilare, obbligatoria per abbonarsi e per andare in trasferta. Se non la si fa, niente partite fuori casa, a meno che non si scelga un settore diverso da quello ospiti. Ma nemmeno ciò è possibile se le autorità di pubblica sicurezza fanno scattare il divieto di acquisto per i residenti nella regione della squadra forestiera. E comunque comprare il tagliando nel giorno della partita proprio non si può. Detto banalmente: il papà che, senza pianificare nulla e in assenza del passepartout della tessera, decide al mattino di portare il figlioletto allo stadio, piuttosto che al cinema, ha scarsissime possibilità di riuscirci. I disagi maggiori, insomma, sono per l’appassionato mordi e fuggi, non fidelizzato, che comunque rappresenta un enorme serbatoio per il movimento: basti pensare ai 22,8 milioni di persone che dichiarano di tifare per una squadra di A secondo le indagini demoscopiche commissionate dalla Lega. Un numero ben superiore alle tessere rilasciate sinora (1,2 milioni). Raccomandazioni — Lo stesso Osservatorio sa che bisogna fare qualcosa. Anzi, l’ha pure messo nero su bianco con la determinazione dell’8/2/12. Una raccomandazione, innanzitutto, a sfruttare le possibilità offerte dalle nuove tecnologie "a distanza e in mobilità". Va incentivato l’acquisto on line dei biglietti, così come avviene per i treni, gli aerei o i concerti, e in particolare il cosiddetto ticketless: ti compri il tagliando sul telefonino ed eviti le code. L’Osservatorio, in quella circostanza, spingeva anche per rivedere, limitatamente ai possessori della card, il divieto di vendita dei biglietti del settore ospiti il giorno della partita. È trascorso un anno e mezzo ma nulla si è fatto. Vogliamo o no riportare la gente negli stadi? 
Anche il presidente del Genoa Enrico Preziosi testimonial dell'Arcobaleno (da: lanazione.it) "E' una cosa importante promuovere una regione bellissima come la Toscana - ha detto Preziosi - qui c'è tutto, mare, monti, c'è vita, ottima cucina, carne, salumi, belle donne, belle persone, c'è tutto". Massa Carrara, 22 agosto 2013 - C'è anche l'ex dirigente della Carrarese e attuale presidente del Genoa Preziosi tra i testimonial della festa dell'Arcobaleno. Oggi il presidente rossoblù si è fatto fotografare con la t-shirt della Nazione al bagno "Roma di levante" di Forte dei Marmi del patron della Capannina e della Bussola Gherardo Guidi, ex dirigente della Fiorentina negli anni '70. Assieme a lui l'avvocato Mattia Grassani, tra i massimi esperti di diritto sportivo, che ha difeso brillantemente il Genoa e il calciatore Milanetto al processo per il calcioscommesse. La squadra di Preziosi è stata assolta in pieno. Una schiera di ragazzini ha posato per la foto assieme a Preziosi e al suo legale. "E una cosa importante promuovere una regione bellissima come la Toscana - ha detto Preziosi - qui c'è tutto, mare, monti, c'è vita, ottima cucina, carne, salumi, belle donne, belle persone, c'è tutto". Anche lei presidente parteciperà a questa festa? "Sicuramente, fin quando sarà possibile starò qui al mare". Presidente, un augurio ai lettori della Nazione.. "Sì, tantissimi auguri a tutti i lettori della Nazione e che stiano bene tutti".
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